Abisso Firn, quarta uscita.


Prosecco, venerdì 16 settembre, ore 7.30 del mattino: loschi figuri si aggirano intorno, all’interno ma soprattutto SUL TETTO di un Land Rover Defender, seppellendo il portapacchi sotto un generoso strato di zaini e sacchi in pvc… Siamo io, Celly, Potle e Zdenka, quasi la stessa squadra di due anni fa in “Chimera”, e memori della mostruosa scomodità di quel viaggio stavolta abbiamo deciso di non condividere il nostro spazio vitale con i bagagli… assicuriamo il tutto con una ragnatela di fettucce e via, con la segreta speranza di non perdere niente in autostrada!
Maciniamo i soliti chilometri, e dopo una breve sosta per caffelatte e brioches eccoci finalmente a Sella Nevea dove, innestate le “ridotte”, imbocchiamo la ripidissima strada sterrata che ci porta, più o meno comodamente, sino all’ingresso del rifugio Gilberti a quota 1850.Scaricando i materiali facciamo due spiacevolissime scoperte:
la prima consiste nel fatto che il rifugio invernale, dove teoricamente dovevamo dormire al rientro dall’esplorazione, risulta ermeticamente chiuso a chiave nonostante gli accordi presi in precedenza con il gestore dal nostro caro Celly il quale, incredulo e non poco irritato, compie più volte il periplo dell’edificio cercando un varco palesemente inesistente e continuando ad invocare il nome del Signore (e di molti suoi illustri colleghi e colleghe) decisamente invano.
La seconda sfiga, ben più grave, riguarda la sacchetta d’armo con fix e mazzetta, strumenti talmente ovvi ed indispensabili che per un mix di fraintendimenti ed eccessiva baldanza organizzativa nessuno ha pensato di dover portare seco (Celly, sornione, è tra l’altro convinto che si tratti della solita zingarata, e fino a -300 in grotta continuerà speranzoso a scoccarmi ogni due minuti sguardi complici e carichi di sottintesi, illudendosi che da un momento all’altro estrarrò dal cilindro la tanto agognata sacchettina blu…).
Insomma, la situazione è abbastanza tragica ma, fortunatamente, possiedo ben 12 fix che avevo portato per eventuali emergenze, e Potle sfodera prontamente un lezioso martellino da ferramenta con manichetto in legno, utilizzabile per piantarli: visto che l’alternativa sarebbe infiggerli a capocciate, ci si accontenta. Zdenka infine contribuisce fornendo una microscopica sacchettina, tanto per quel poco che dobbiamo metterci… Bene, ora si può partire!In un’ora e venti siamo all’imbocco dell’abisso, determinati quanto sudati, e dopo un breve pranzo al sacco (di pvc, ovviamente) inizia l’usuale vestizione. Zdenka riesce a comprimere sotto la sua traspirante una quantità incredibile di indumenti, tra cui ben due sottotuta in pile e un piumino completo di cappuccio: sembra l’omino della Michelin in gravidanza… è noto che il suo punto debole è il freddo, per il resto è un Terminator travestito da gentildonna e sappiamo bene che in risalita ci fregherà tutti!

Sono le 14.20, Celly parte per primo, io lo seguo: puntiamo dritti al fondo per proseguire con l’armo. Potle e Zdenka, subito dietro, si occuperanno di disegnare le sezioni trasversali mentre scendono il pozzacchione, portando avanti il prezioso lavoro di rilievo. Si parte ben distanziati a causa della possibile caduta di pietre nella parte iniziale, poi al terrazzo di -60 raggiungo Celly che dal frazionamento contempla la sottostante corda, tesa al punto da essere inutilizzabile col discensore… si deve essere incastrata su qualche asperità della roccia più sotto, niente di irreparabile ma comunque una gran seccatura! Proviamo entrambi a tirarla e scuoterla ma non c’è nulla da fare. E’ inutile tergiversare, così mi offro volontario per una fastidiosissima discesa su bloccanti mentre il mio compare sogghigna pensando alla scampata fatica; una ventina di metri e parecchio sudore più sotto (indosso la PVC) il problema è risolto e possiamo riprendere la normale discesa.

Le pareti bianche e frastagliate distano sempre di più, i rivoli d’acqua aumentano gettandosi con fragore nella parte più ampia del baratro mentre noialtri, seguendo il nostro filo d’arianna sintetico, ci defiliamo il più possibile con una serie di pendoli, scendendo lateralmente. Alla fine siamo tutti riuniti sul terrazzone di -300: recupero trapano, anelli, cordini e moschettoni, mi assicuro all’imbrago il sacco con la corda ed inizio a calarmi nella parte ancora inesplorata. Dal terrazzino mi sposto oltre un ponte naturale sulla destra, fraziono, scendo in libera per un po’…et voilà! La parete di fronte improvvisamente svanisce e mi ritrovo in un ambiente spettacolare: il pozzo, molto grande, è di forma vagamente ovale con le pareti levigatissime… mi calo per più di cento metri pendolando spesso per evitare i numerosi rivoli d’acqua e, nonostante il martelletto di Hello Kitty in dotazione e la cronica penuria di fix, riesco a realizzare un armo più che decente. Ecco che finalmente intravedo in lontananza un piccolo ripiano, ma sono invece costretto ad atterrare come Willy Coyote in perfetto equilibrio sulla cima di un aguzzo pinnacolo: è un po’ scomodo come luogo di sosta, ma visto che la corda a mia disposizione è appena finita lo apprezzo come non mai! Mi avvinghio alla roccia mettendomi in sicurezza, stacco il discensore e aspetto che Celly mi raggiunga con l’altro sacco. Realizziamo il più lussuoso passaggio di nodo che si sia mai visto nel vuoto di un pozzo, in piedi sopra la guglia, ed alla fine ci ritroviamo tutti sulla piazzoletta quindici metri più in basso: siamo a -425, è già il nuovo record italiano per una verticale unica e non abbiamo ancora raggiunto il fondo!Si sta strettini, quindi passo subito i materiali da armo a Celly mentre Zdenka col Distox spara raggi laser a destra e a manca e Potle, avido di dati metrici, scribacchia come un forsennato sul suo taccuino. Ci è rimasta ancora parecchia corda, ma tre soli fix e quell’unico preziosissimo martellino che consegno a malincuore… Celly è uno speleo fortissimo oltre che un caro amico, ma affidargli una qualsiasi cosa priva del cordino di sicurezza raccomandandogli di non farla cadere nel sottostante pozzo è più o meno come chiedere al Berlusca di lasciare in pace le ragazzine… fiato sprecato! Infatti, quando ancora sta armeggiando attorno al primo fix l’attrezzo gli sfugge rimanendo miracolosamente in bilico tra il suo scarpone e l’orlo del pozzo… mi lancio come Kostner in “The Bodyguard” riuscendo a recuperarlo in extremis, quindi lo riconsegno al legittimo proprietario con ulteriori raccomandazioni (ovviamente inutili). Al secondo fix, cosa strana, tutto va liscio, ma quando Celly comincia a forare la parete per il terzo ecco che il martellino si sfila dalla sacchetta e precipita felice verso l’ignoto, salutandoci con allegre scintille lungo le pareti del pozzone… Game over! Beh, in fondo ci rimaneva solo quell’ultimo fix… peccato però per quel ripiano che già si intravedeva e che contavamo ormai di raggiungere: il Distox stabilisce con assoluta precisione che si trova 40 metri sotto di noi… la profondità totale, per oggi, è quindi di 465 metri, non male! Si brinda con una mini bottiglia di spumante e si scatta la foto di gruppo, ma non è che ci sia tutta questa frenesia festaiola: fa veramente un freddo boia, siamo bagnati fradici e piuttosto stanchi… è ora di tornare. Parte Celly, lo segue a ruota Zdenka e finalmente tocca a me, che nel frattempo ho scoperto di avere un problema non da poco: il mio imbrago ha stretto (è proprio il caso di dirlo) con la tuta troppo attillata un’associazione a delinquere finalizzata allo stritolamento dei “gioielli di famiglia”… a nulla servono numerosi tentativi di regolazione dei cosciali e sistemazioni varie, mi è ormai chiaro che le lunghe ore che mi separano dall’esterno saranno ben più tristi del previsto! Pippo il salvatoreDopo un tempo indefinito raggiungo Zdenka centoventi metri più in alto… mi vede piuttosto provato, così cerco di spiegarle il problema senza cadere nel volgare, operazione alquanto ardua. Sotto di me, Potle non si vede ancora ma in compenso lo si sente benissimo: dal baratro salgono ad intervalli regolari spezzoni di frasi incoerenti nonché sporadici bestemmioni… Chiediamo spiegazioni… Dopo molti tentativi, tra echi e rimbombi, riusciamo solamente a capire che ha problemi con la corda che non scorre… Boh? Celly si rimette in marcia, è fermo da troppo tempo e il freddo si fa sentire. Zdenka è ormai surgelata, la lascio cavallerescamente salire dietro a Celly e mi ritrovo solo ad attendere il Potle. Passa un’eternità, e finalmente anche lui guadagna il terrazzino, accasciandosi completamente esausto ai miei piedi…. Mmmmmh!.. Brutta situazione, penso, a trecento metri dall’esterno… E comunque non è assolutamente da lui ridursi così per un pozzettino da cento… Indago sulle cause, e dopo un’accurata ispezione scopro con orrore che il suo bloccante ventrale è danneggiato: una volta azzannata la corda non la molla più, neanche fosse un Pitbull, mai visto niente di simile! Con il poco fiato che gli rimane, Potle mi confessa candidamente di averlo acquistato di seconda o terza mano, non ricorda bene da chi… Per un attimo provo la forte tentazione di abbandonarlo al suo destino, poi la fratellanza speleologica ha la meglio sulla mia sacrosanta incazzatura e ci organizziamo per sopravvivere entrambi alle rispettive sventure: da li in poi, ad ogni frazionamento mi appendo dolorante con buona parte del mio peso alla corda sotto di lui, che così riesce bene o male a farla scorrere nel fetido “Croll”: un viaggio allucinante, lungo un eternità. Siamo fuori due ore dopo gli altri… Potle farnetica sul fatto che mi deve la vita ed anche una cena, bizzarro accostamento! Sono le 2.20 del mattino di sabato, dodici ore esatte di permanenza in grotta: ci togliamo rapidissimamente tute ed indumenti fradici, stimolati dalla gentile brezza notturna del ghiacciaio, e indossiamo vestiti congelati ma se non altro asciutti. Il lungo ritorno su  ripidissime morene è rischiarato da una luna meravigliosa, ed una volta raggiunto il sentiero ci godiamo anche l’imprevista apparizione della stella cadente più luminosa che ci sia mai capitato di vedere… nessuno esprime desideri, siamo già più che soddisfatti! Giunti finalmente al “Gilbo”, allestiamo un vero e proprio campo profughi sotto la tettoia, e dopo una sommaria cena e numerosi brindisi si va a nanna, ma ahimè per poco: alle otto precise il sole esplode letteralmente sui nostri sacchi a pelo, ogni resistenza è inutile e ci alziamo. Al termine di una sontuosa colazione, percepiamo il rumore di un fuoristrada che arranca sullo sterrato: è Bonni, che ci raggiunge col fedele cane Rip, familiare lupesco del clan… Ora si che siamo al completo, e mentre io, Celly e Potle ci prepariamo per il ritorno a Trieste, l’indistruttibile Zdenka riparte in buona compagnia per il ghiacciaio, munita di gps e pennarello onde posizionare e siglare gli altri quattro buchi precedentemente individuati nei pressi dell’abisso… Intravedo molto Canin nel nostro futuro, non so se gioire o preoccuparmi!

si ringrazia lo sponsor Asport’s Mountain Equipment

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