Crociera sul Timavo

Sono passati quasi due anni dall’affondamento del “Paguro II°”, nobile battello che ci aveva portato nelle profondità dell’abisso dei Serpenti (Kačna Jama) presso Divača; la compagnia di Cavia e Piero aveva sostenuto me e Tony in quel momento di lutto, quando un tronco non segnalato sulle carte nautiche aveva penetrato a forza la chiglia dell’eroico canotto. L’abbandono della nave da parte degli ufficiali era stato immediato, e solo le analisi della capitaneria avevano poi potuto accertare le responsabilità mie e di Tony nel disastro, causate presumibilmente dall’astinenza da carburo – tracce di CaC2 furono rinvenute tra i capelli – e dal consumo di acqua del Timavo (notoriamente ricca di sostanze psicotrope).
Oggi, 10 marzo 2012, con la promessa di trovare poca acqua e la speranza che le esperienze fatte finora sul Timavo siano maestre – non dimentichiamo la tragedia del “Paguro I°”, miseramente affondato sotto il peso mio, di Tony e Zdenka dopo pochi metri – ci spostiamo lungo la statale di Lipica verso Divača e parcheggiamo davanti alla dolina di accesso ai “Serpenti”; siamo in quattro, io e Tony vecchi lupi di mare, Lumo e Caviglia d’Acciaio vice-mozzi (tra l’altro il vice mozzo Caviglia d’Acciaio viene da Vicenza e il mare lo vede abitualmente solo in cartolina… siamo a posto!).
Il pozzo resta la verticale più esaltante del carso, calarsi lungo i suoi 180 metri è un piacere arricchito dall’armare sui fittoni piantati nella roccia dai Grottenarbeiter, che dove noi scendiamo in corda scendevano su scalette di legno! …Che òmini!
Trasciniamo le attrezzature fino al Campo Base alla partenza della Galleria Logatec e molliamo il materiale comfort per scendere al Timavo. Troviamo pochissima acqua, passaggi che in periodo di piena richiedono volteggi e acrobazie vengono superati in pochi minuti… splendido!
Scendiamo l’ultimo pozzo e iniziamo a sentire i miasmi da digestione orchesca che caratterizzano i primi metri per arrivare al Timavo; superiamo il traverso e ci caliamo nel mezzo del fiume. Sempre grazie alla bassa portata riusciamo ad arrivare a una zona tranquilla per gonfiare i canotti, e già che ci siamo perdere l’indispensabile adattatore così da doverli gonfiare a bocca.
Mentre Lumo pressurizza in pochi istanti il suo ridicolo canottino monoposto, in cui a stento riuscirà ad entrare senza farsi accompagnare da secchiate d’acqua, scopriamo con piacere che anni di fumo attivo e passivo hanno ridotto la nostra capacità polmonare a quella di un procione tisico e andiamo quasi subito in anossia cerebrale.
Riusciamo in qualche modo a gonfiarlo decentemente, battezziamo i due battelli Costa Concordia e Costa Allegra e ci buttiamo sul  Timavo; parte della sagola di due anni fa è ancora al suo posto, basta aggiungerne un pò nei punti strategici e arriviamo comodi – in tre su un canotto a due posti e con Lumo a traino – al “Ramo Dei 10 Laghi”. L’emozione di navigare sottoterra su di un fiume circondati da pareti di roccia non può essere spiegata a chi non l’ha provata, quindi arrangiatevi: correte a comprarvi un canotto e fatevi un giro! Quello che posso garantire è che l’emozione non perde intensità con l’uso…
Foriamo al secondo laghetto, ma è solo la camera bassa, il buco è piccolo ed il nastro americano fa il suo dovere; passiamo a piedi almeno due laghetti aiutati dalla bassa marea giungendo ben presto alla galleria fossile che termina in frana.
Oltre la grotta prosegue nel meandro più fantastico e comodo che si possa immaginare, scavato in rocce colorate ed abbellito da abbondanti colate calcitiche. Ci dobbiamo fermare per mancanza di corda, un saltino che sembra portare ad altri traversi armati… ma è tardi, ora di cena, torniamo al campo base dove ci attende la grigliata…
Al ritorno diamo il cambio a Lumo che aveva sempre viaggiato da solo lamentandosi delle sue precarie condizioni di galleggiamento, e scopriamo invece che da buon Capitan Schettino della situazione ha mentito spudoratamente; ci contendiamo a pugni il diritto di venire comodamente trainati in posizione sdraiata – certo manca il mojito, ma si sopravvive – lungo i laghetti.
Piegati alla meno peggio i canotti risaliamo, e l’unico dotato di scarpette da campo prepara la grigliata per tutti; birra, coppa e allegria, si dorme comodi e ci si sveglia con ipogea baldanza domenica mattina col caffellatte – che bèla la vita de “speleo”..!
Al ritorno il pozzo ci massacra quel che basta, ma fuori troviamo Bonnie ed Edox venuti a dare supporto psicologico. Riaccompagno Caviglia d’Acciaio in stazione e chiudo la giornata. Timavo, alla prossima – ma magari giro per San Canzian…

 

Le foto sono di Antonio Sulich (Toni) e Filippo Gregori (Caviglia d’Acciaio)

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